Strumenti personali
Sezioni
Tu sei qui: Home Turismo e Cultura La Passeggiata di Lawrence

La Passeggiata di Lawrence

...da "Etruscan Places" di D. H. Lawrence.

 

 

 

"...Uscimmo nella stradetta assolata di questo aprile a Cerveteri, Caerevetus, la vecchia Caere, un piccolo logoro garbuglio di stradine rinserrate nelle mura. A sinistra si innalza la cittadella, l'acropoli, il poggio elevato che era Parx della città etrusca. Ma ora la cittadella è desolata, con un gran palazzone consunto, una specie dì residenza di governatore o vescovo, adagiato sul poggio oltre la porta della rocca. Sotto il palazzo c'è un cortiletto desolato con le vestigia di un recinto in rovina: il tutto è indicibilmente abbandonato, spento e comunque troppo imponente per il grigio groviglio di vie abitate più sotto.

città1L'ostessa, bella ragazza ma cattiva cuoca, ci ha trovato una guida per portarci alla necropoli, naturalmente suo fratello. E’ un ometto di circa quattordici anni, scontroso come tutti in questo paese abbandonato, e non dà confidenza. Ci prega di aspettarlo mentre fa un salto da qualche parte; intanto noi prendiamo un caffè nel baretto là fuori, sullo spiazzo dove è parcheggiata tutto il giorno la corriera. Finalmente la nostra guida ritorna con un altro ragazzetto, che viene a dare man forte. I due ragazzi si intendono bene e si creano un piccolo mondo al sicuro da noi: ci camminano davanti ignorandoci il più possibile. Il forestiero è sempre una minaccia: io e Brewster siamo due tipi innocui, dai modi tranquilli, eppure il primo ragazzo non se la sentiva di venire da solo. Non da solo! Avrebbe avuto paura, come al buio.

Ci accompagnano fuori dall'unica porta della città vecchia. Appena usciti sull'incolta scarpatella ci sono muli e cavalli legati: altri muli carichi arrivano come in Messico. Svoltiamo a sinistra, sotto la lunga rupe che alla sommità si salda direttamente al muro di quella specie di palazzo con le finestrelle che spiano il mondo esterno. E’ come se tutta la bassa parete di tufo fosse stata un tempo tagliata dagli etruschi per  incorniciare il poggio su cui sta ora  il  villaggio  murato di Cerveteri, che allora era soltanto cittadella e luogo sacro, arx e arca di Caere, o Agylla, la grande città etrusca, con i suoi quartieri greci.

città2Al tempo in cui Roma era ancora una città assai poco raffinata, nell'operosa Caere vi era un intero suburbio di coloni greci della Ionia, o forse di Atene. Verso l'anno 390 a.C. i Galli si avventarono su Roma, e i romani in gran fretta nascosero le vestali e altre donne e bambini proprio a Caere, dove gli etruschi nella ricca città si presero cura di loro. Forse le vestali fuggiasche trovarono ospitalità proprio su questa rocca, forse no. Può darsi che il sito di Caere non fosse esattamente lo stesso: sicuramente si stendeva sul crinale della medesima collina a est e a sud, occupando per intero il piccolo altopiano, un giro di sette o otto chilometri, su cui si stendeva una città trenta volte più grande dell'odierna Cerveteri.

Ma gli etruschi costruivano tutto in legno  le case, i templi   tutto tranne le mura delle fortificazioni, le grandi porte, i ponti e le opere idrauliche. Così le città etrusche sono completamente svanite, come fiori: solo le tombe, i bulbi, hanno resistito sottoterra.

Gli etruschi costruivano le loro città, dov'era possibile, su lunghi e stretti promontori o su altopiani che si stagliano sulla campagna circostante e, come a Cerveteri, gettavano le fondamenta sulla sommità di uno zoccolo roccioso. Tutto attorno alla cima di questa scogliera di roccia, di questo promontorio, correva la cinta delle mura, a volte chilometri e chilometri di perimetro. All'interno della cinta bisognava che ci fosse un rilievo più marcato   l'arx, la cittadella   e all'esterno una ripida scarpata o un burrone con una collina parallela proprio di fronte, su cui amavano sistemare la necropoli, la città dei morti. Cosi dai bastioni della città potevano gettare lo sguardo oltre il profondo vallone dove il fiume scorreva tra i cespugli, dalla città della vita, ridente di case dipinte e di templi, alla città dei loro cari defunti proprio là sotto, un luogo sereno, con viali tranquilli, simboli di pietra e frontoni policromi.

campagna1A Cerveteri è così: dalla pianura costiera  e il mare era probabilmente   due  o   tre  chilometri   più   vicino   nell'età etrusca   la terra emerge con una leggera salita fino ai bassi contrafforti della città. Voltando le spalle al mare appena usciti dalle mura, si passa sotto il basso costone verticale, giù per la strada sassosa e piena di cespugli del piccolo vallone.

Quaggiù nella forra la cittadina   o meglio il villaggio   ha costruito il «lavatore»  e le donne stanno facendo tranquillamente il bucato. Sono donne di bell'aspetto, all'antica, con quell'aria attraente di riserbo silenzioso e intimo che devono aver avuto nel passato: come se in donne così ci fosse sempre qualcosa da cercare, qualcosa che l'occhio non riesce a scorgere, che si può solo smarrire, e mai trovare.

Dall'altra parte del vallone c'è un ripido sentiero roccioso su cui si inerpicano volonterosi i ragazzi davanti a noi. Passiamo attraverso un piccolo portale intagliato nella parete di roccia. Mi sforzo di vedere qualcosa nella scura, umida cella che, a quanto pare, un tempo era una tomba: ma doveva essere di gente poco importante, una cameretta ormai deserta sulla parete della rupe. Le grandi tombe della Banditaccia sono coperte da terrapieni circolari, i tumuli. Queste umide grotte tra i rovi, sulla bassa parete di tufo, non interessano a nessuno e così arranco veloce dietro agli altri.

necropoli1Sbuchiamo fuori nella prateria incolta e aspra.E’ come in Messico, su scala ridotta: la piana aperta e solitaria e, non troppo distanti, tante montagnole a forma di piramide proprio sopra il livello del terreno. In mezzo un buttero a cavallo galoppa attorno a un gregge di pecore e capre, che sembrano molto piccole. Proprio come in Messico, ma tutto è più a misura d'uomo.

I ragazzi camminano avanti attraverso il maggese, ci sono molti fiori: piccole verbene viola, nontiscordardimé e molte resède selvatiche dal profumo delicato. «E’ un fiore» ci rispondo­no a pappagallo i ragazzi. Sugli argini ondulati verso il ciglio della forra l'asfodelo cresce indomito e fitto, con fiori alti da arrivarmi alle spalle, rosa e quasi spasmodici.  Questi  asfodeli si fanno subito notare, sono una caratteristica che spicca in tutto il paesaggio costiero.

Mi viene in mente che i ragazzi certo sanno come si chiama. Ma no! Belano timidamente la solita risposta:  « E’ un fiore! Puzza! », cose entrambe ovvie, da non poter ribattere.

Tuttavia per me l'odore dell'asfodelo non è per niente sgradevole e trovo il fiore, ora che lo conosco bene, molto bello, con il suo aprirsi in grandi corolle rosa‑pallido a forma di stella. Molta gente non capisce perché i greci abbiano dato tanta importanza a questo fiore. E' vero, la parola 'asfodelo' fa sì che uno si aspetti un giglio slanciato e misterioso, non questo fiore scintillante e sfacciato che vagamente ricorda la cipolla. Ma io non sono tipo da gigli misteriosi, non sono nemmeno attratto dalla strana ritrosia del giglio 'mariposa' del Messico. E siccome ho visto anche le rocce di Sicilia con gli asfodeli rosa che si levavano orgogliosi come nuvole sul mare, più alti di me, e sbocciavano in tanti piccoli fiori tutti diversi, tenendo in serbo una tale varietà di boccioli, con uno spicco netto e vivido, ora, lo confesso, ammiro questo fiore: ha una sua gloria trasandata, quella amata dai greci.

Un inglese pedante ha detto che è sbagliato chiamare questo fiore rosa 'asfodelo greco' perché in qualche passo degli autori greci l'asfodelo è definito 'giallo'. Quindi, sostiene l'inglese, l`asfodelo' dei greci era probabilmente la grande e solitaria giunchiglia gialla. Questa poi! C'è un asfodelo giallo molto bello, come di seta, sull'Etna, oro puro. E lo sa il cielo quanto sono comuni in Grecia certe giunchiglie selvatiche, che pure non sembrano fiori mediterranei. Ma solo il narciso, il narciso a molti fiori e l'asfodelo sono veramente mediterranei e greci, non certo la grande giunchiglia gialla, il giglio di Quaresima!

necropoli2Comunque, date retta a un inglese, e moderno per giunta, se volete trasformare l'alto, orgoglioso, scintillante, spericolato asfodelo nella mediocre giunchiglia! lo credo che l'asfodelo non piace perché non sappiamo apprezzare le cose fiere e brillanti. Il mirto apre i suoi boccioli proprio come l'asfodelo? esplodendo, gettando tutt'attorno le scintille dei suoi stami: penso che sia proprio questo che i greci vedevano, anche loro erano così. Intanto procediamo verso le tombe, adagiate più avanti, tante montagnole erbose a forma di fungo, grossi funghi coperti di erba vicino al ciglio del burrone.

Quando dico burrone non immaginatevi una specie di Grand Canyon. E’ più una forra che un burrone, un canyon all' italiana, quasi da saltar giù. Quando siamo vicini ci accorgiamo che i tumuli hanno basamenti in muratura, grandi tamburi di pietra scolpita e squadrata che li stringono tutto attorno e li saldano al terreno con suture sinuose e ineguali, come corone di alghe intorno a grandi boe scosse dalle onde e mezze sommerse. Anche i tumuli, infatti, sono un po' sprofondati nel terreno. C'è un intero viale di tumuli, con in mezzo un sentiero infossato parallelo al vallone. Evidentemente questo era il gran viale della necropoli, come il cimitero dei milionari a New Orleans. Quale presagio!

Tra noi e i tumuli c'è un filo spinato e una porta di rete metallica con un cartello che dice di non raccogliere fiori‑ ma che cosa vuol dire, se non ci sono fiori? Un altro cartello dice non dare la mancia alla guida, perché è gratis.

I ragazzi corrono alla moderna costruzione in cemento là vicino, e tornano con il cicerone, un giovane dagli occhi rossi e la mano fasciata. Ha perso un dito sulla ferrovia il mese scorso. E timido, farfuglia, e non è né espansivo né entusiasta, ma si rivela una buona guida. Prende chiavi e lampada all'acetilene, e, passato il cancello, ci accompagna nel regno delle tombe.

necropoli2Una strana immobilità, una quiete particolare aleggiano nei luoghi etruschi dove sono stato, un'atmosfera ben differente dall'incanto sinistro dei paesaggi celtici, dalla sensazione un po' repellente che danno Roma e la sua vecchia campagna, dall'orro­re delle grandi piramidi del Messico, Teotihuacan, Cholula e Mitla al sud, o dall'idolatria gentile dei luoghi del Budda a Ceylon. Intorno a questi grandi tumuli erbosi, cinti da antichi basamenti in muratura, c'è una certa dolce tranquillità, una sensazione di intimità felice che spira ancora per il viale principale. E' vero che era un sereno pomeriggio di sole in aprile, e che le allodole si alzavano in volo dall'erba soffice dei tumuli, ma nell'aria tutt'attorno c'era un'immobilità suadente e si sentiva che star lì, in quel posto mezzo infossato, faceva bene all'anima..."